tresca_campagna

In tempo di Primarie ne ho sentite (e purtroppo viste) di tutti i colori. Tanto che, per salvaguardare il confine di quelle che sono (e devono essere) un esercizio democratico ho chiesto un momento di profonda riflessione politica.

Grazie al lavoro del commissario provinciale Franco Mirabelli, che ha accolto le mie preoccupazioni e si è fatto garante del rispetto delle regole, la parola discontinuità è tornata di moda.

Ma cosa significa discontinuità? E, soprattutto, che valore politico può avere questo termine qui a Caserta?

Discontinuità significa rompere con un determinato ceto politico protagonista, proprio a Caserta, di cattiva gestione politica e amministrativa. Significa anche stare attenti a quei trasformismi che inseguono il nuovo per riciclare esperienze passate con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Discontinuità significa prendere le distanze con un vecchio modo di fare politica: inclusivo prima delle elezioni, esclusivo dopo.

Discontinuità significa anche un taglio netto con l’idea che il futuro di Caserta possa essere scritto da «poche» menti illuminate. Mai nella sua storia la città ha toccato un punto così basso. Per risollevare le sue sorti è necessario rimboccarsi le maniche tutti, non solo chi decide, come me, di candidarsi sindaco.

Capisco che buona parte della nostra società civile si senta tradita da quel ceto politico che ha saccheggiato la nostra città e per questo guarda con diffidenza anche il nuovo. Ma Caserta ha bisogno di una nuova stagione di pensiero e di azione.

E anche questo è discontinuità.

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInShare on Google+Email this to someonePrint this page